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Approfondimenti

L’amore è (sempre) una cosa meravigliosa

Coppie di fatto nel Salento. L’amore è un miracolo uguale per tutti: Gaia e Giovanna, compagne da 3 anni, vivono la loro storia alla luce del sole: “Il nostro sogno più grande? Poterci sposare e avere dei figli senza dover andare all’estero”.

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In Italia circa un milione di persone (dati Istat) si è dichiarato omosessuale o bisessuale, più tra gli uomini, i giovani e nell’Italia centrale. Altri due milioni circa hanno dichiarato di aver sperimentato nella propria vita l’innamoramento o i rapporti sessuali o l’attrazione sessuale per persone dello stesso sesso. Forti difficoltà emergono per gli omosessuali/bisessuali in famiglia. Circa il 20% dei genitori sa che i loro figli vivono una tale condizione. Il dato è più alto per i fratelli (45,9%), i colleghi (55,7%) e soprattutto gli amici (77,4%). Gli omosessuali/bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola o all’università, più degli eterosessuali (24% contro 14,2%) e così anche nel lavoro (22,1% contro il 12,7%). Un altro 29,5% si è sentito discriminato nella ricerca di lavoro (31,3% per gli eterosessuali). Considerando tutti e tre questi ambiti, il 40,3% degli omosessuali/bisessuali dichiara di essere stato discriminato, contro il 27,9% degli eterosessuali. Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite nella ricerca di una casa (10,2%), nei rapporti con i vicini (14,3%), nell’accesso a servizi sanitari (10,2%) oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto (12,4%).


Questi i freddi numeri, che sono importanti ma non raccontano quanto sia triste, ancora oggi, doversi occupare di discriminazione ai danni di chi è ritenuto “diverso”. Nonostante la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che, all’articolo 21, afferma categoricamente: “È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”.


L’amore è un miracolo ed è uguale per tutti, sia esso eterosessuale, tra due uomini, o tra due donne, purché consenzienti: nessuno dovrebbe sentirsi costretto a nasconderlo. Questo in teoria, perché ci rendiamo conto come nella realtà non sia esattamente così, soprattutto nel Meridione e ancor di più se si vive in piccoli centri di provincia.


Gaia_GiovannaEcco perché abbiamo voluto incontrare Gaia Barletta e Giovanna D’Alema, compagne da tre anni che vivono il loro amore alla luce del sole e sono anche rispettivamente presidente e segretario dell’Associazione di volontariato LeA-Liberamente e Apertamente.


Lea nasce a Lecce nell’aprile del 2013 con l’obiettivo di difendere e promuovere i diritti della comunità LGBTQI* (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali…) e combattere ogni forma di discriminazione delle persone omosessuali e transessuali, mediante iniziative di vario tipo, puntando sul coinvolgimento diretto della cittadinanza e prediligendo il linguaggio artistico come canale di comunicazione. “Un’associazione non affiliata a nessun ente nazionale”, spiega la presidente Gaia Barletta, “ma partita dal basso per plasmare una strategia adattata al contesto di Lecce e del Salento. Un’associazione del territorio e per il territorio. Uno dei pregi della nostra associazione è quello di essere totalmente inclusiva e non settorializzata, collaboriamo, infatti, con tutte le associazioni del territorio perché la lotta per i diritti deve riguardare tutti ed è una questione di civiltà. La maggior parte dei nostri associati, giusto per intenderci, è eterosessuale”.


Gaia e Giovanna non nascondono il loro amore e sono per molti un esempio. Cosa significa vivere apertamente una relazione omosessuale nel Salento? Giovanna non ha dubbi e già ci porta nei meandri di una provincia ancorata a stereotipi tutt’altro che superati: “Bisogna distinguere, in alcuni paesi non se ne parla proprio, si è quasi convinti che in quel centro l’omosessualità non esista, che sia una “piaga” ma che non li ha toccati. In quei Comuni tutto è più difficile, anche perché non ci sono associazioni di settore e chi si scopre omosessuale è abbandonato a se stesso e ai suoi dubbi. Nei paesini, proprio perché piccoli centri, si è sempre un passo indietro su queste tematiche. A Lecce abbiamo vissuto sulla nostra pelle la difficoltà di comunicare. Fino ad un paio di anni fa, c’era solo Agedo, l’associazione di genitori, parenti e amici di omosessuali, ecco perché abbiamo sentito l’esigenza di formare un’associazione, di riunirci e far capire a tutti che non c’è niente di male a camminare per strada mano nella mano”.


Nella vita di tutti i giorni siete mai state vittime di episodi di intolleranza? “È accaduto qualche volta che ci urlassero dietro, dandoci delle lesbiche (“cosa tra l’altro che non ci offende perché lesbica non è un insulto”), ma nulla di serio. Soprattutto mai episodi di violenza e, a quanto ci risulta mediante l’associazione, neanche ai danni di altre persone. In provincia, invece, abbiamo registrato un paio di casi: a Gallipoli un ragazzo in discoteca ha preso le difese di una ragazza transessuale ed è stato picchiato; un altro episodio, non verificato direttamente, ha riguardato invece due ragazzi, ai quali sarebbe stato vietato di partecipare ad un’attività sportiva perché destinata alle coppie e quindi, secondo loro, ad uomo e donna”.


Un altro aneddoto riguarda il Rainbowday, iniziativa contro l’omofobia, organizzato da Lea: “Nel 2014 l’abbiamo organizzato in piazza Sant’Oronzo, quest’anno non avendo a disposizione la piazza”, racconta Gaia, “lo abbiamo pensato, sempre con il patrocinio del Comune, come manifestazione itinerante e, per tutta la giornata, con un furgoncino anni ’70 addobbato con un arcobaleno di cartapesta, abbiamo girato per la città. Durante la seconda delle sei tappe previste, in via Trinchese, sulla vetrina di un chiosco, è apparsa una scritta omofoba che recitava: “Genitori, tenete lontani i vostri figli dai gay”. Episodio poi chiarito con il gestore del chiosco, ma che ha dato molto fastidio. Ci sono anche aneddoti positivi come a Leverano dove, di recente, il preside di una scuola media, mostrando grande lungimiranza, ha chiesto il nostro intervento sulla famosa e inesistente teoria del gender (teoria definita da una precisa corrente del pensiero cattolico come negazione dell’esistenza delle differenze sessuali, sostenendo che maschio e femmina altro non sono che delle “costruzioni sociali”)”.


Gaia e Giovanna si sentono perfettamente integrate o in qualche modo soffrono una condizione di isolamento? “Integrate!”, rispondono all’unisono. “Siamo fortunate perché entrambe proveniamo da famiglie che hanno accettato la nostra omosessualità con naturalezza”. Giovanna poi si mette a nudo e racconta la sua esperienza di coming out: “Dissi a mia madre di aver baciato una ragazza e lei mi rispose “Finalmente l’hai capito! A me non interessa, resti la mia ‘Giovanna disordinata’, quindi… vai ad aggiustare la tua camera!”. Un messaggio di normalità che mi ha rasserenato”. Ed anche un messaggio a chi si nasconde: “Venite allo scoperto, tanto prima o poi le cose si sistemeranno. Comprendo, però, le difficoltà di molti e ammetto l’esistenza di casi estremi con ragazze o ragazzi anche picchiati per la loro omosessualità”.


Voi siete state forse le prime a Lecce a venire così allo scoperto. Da allora è cambiato qualcosa? “Dietro al nostro esempio altre coppie di ragazze lo hanno fatto e vivono tranquillamente la loro vita; minore, forse, il fenomeno tra i ragazzi”.


Da sinistra Gaia e Giovanna

Da sinistra Gaia e Giovanna


Siete una coppia a tutti gli effetti e sembrate vivere serenamente la vostra relazione. Cosa vi manca? “Poterci sposare e avere dei figli”, ammette Giovanna, “a settembre siamo andate a vivere insieme e tagliato un primo piccolo traguardo. Ora pensiamo al matrimonio, abbiamo anche valutato l’opportunità di andare all’estero per realizzare il nostro sogno d’amore. Per il momento aspettiamo, perché vorremmo poterlo fare a casa nostra; dover andare in un altro Paese sarebbe una sconfitta. Vediamo cosa succede”.

E il desiderio di maternità? “Vorremmo poter concepire e diventare mamme, è un desiderio che riguarda entrambe”. Cosa rispondete a chi ritiene inadatta una coppia omogenitoriale? “L’essere genitori prescinde dall’orientamento sessuale e su questo esistono studi scientifici comprovati in tutto il mondo, anche in Italia”.


I bambini che crescono con genitori dello stesso sesso corrono il rischio di essere discriminati? “Esistono tante famiglie non intese come classiche cioè con papà e mamma; l’importante è amarsi e trasmettere amore. Conosciamo altre coppie omogenitoriali i cui figli sono cresciuti serenamente e non sono certo in analisi come qualcuno vorrebbe far credere. Certo, son dovuti andare all’estero e quando tornano in Italia non sono riconosciuti come famiglia, ma loro non hanno bisogno di alcun riconoscimento, perché una famiglia lo sono già. E per davvero!”.


Qualcosa, però, pare muoversi ed anche la Chiesa non sembra più così categorica. L’argomento interessa soprattutto Giovanna che si dice “credente, molto credente. Prego molto e riconosco i valori cristiani con i quali sono stata educata. Allo stesso tempo, però, difendo il mio diritto ad amare una persona del mio stesso sesso e non mi sento affatto né sbagliata né un abominio come invece l’istituzione-chiesa vorrebbe farci credere”.


Cosa consigliate a chi vive di nascosto le sue tendenze sessuali? “Di venire fuori, perché dopo diventa tutto più bello”.


Quanto è grande secondo voi il numero di persone che non si dichiara apertamente? “Molto grande. Ci sono moltissime persone, soprattutto adulti, che non verranno mai allo scoperto”.


Il vostro desiderio più grande? “Il riconoscimento per tutti, anche per noi. Siamo realizzate come coppia, aldilà di quello che non ci danno: ci amiamo alla follia e abbiamo amici e famiglie che ci sostengono, ma sappiamo cosa significa essere una minoranza ed avere paura di tante cose”. Anche delle più semplici come tornare la sera tardi a casa: “Per quanto Lecce  sia una città civilissima e mai abbiamo avuto sentore di episodi del genere”, ammette Giovanna, “non nascondo che quando capita di restare sole per strada, di notte, abbiamo il timore di aggressioni. Non a Lecce, ma da altre parti non è certo la prima volta che vengono registrati casi di violenza contro coppie omosessuali”.


Dall’11 al 13 dicembre si svolgerà, presso le Manifatture Knos, il Salento Rainbow Film Fest, festival di cinema a tematica LGBTQI*: “Non solo film e documentari”, spiega Gaia. “ma anche workshop, presentazioni di libri, incontri con gli autori e laboratori. È una manifestazione autofinanziata che stiamo costruendo con l’aiuto di tante realtà e di tante persone a partire dai nostri soci”.


Tra le tante attività di LeA, ci piace sottolineare quella (in collaborazione con Differentemente) dello Spazio Arcobaleno, uno Sportello gratuito di supporto psicologico LGBTQI*, attivo ogni martedì, dalle 17 alle 19, presso il Fondo Verri in via Santa Maria del Paradiso n°8, a Lecce. La prenotazione della consulenza è obbligatoria e avverrà esclusivamente il lunedì dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.


Info: spazioarcobalenolecce@gmail.com eil  324/7913534.


I contatti di LeA-Liberamente e Apertamente: 324/0906528; www.associazionelea.org; lea.lgbtq@libero.it; Fb: LeA-Liberamente e Apertamente.


Giuseppe Cerfeda


Alessano

Maglie – Leuca, zoom sul secondo lotto

Una passeggiata immaginaria lungo il secondo lotto del tratto sud della nuova Maglie -Leuca, pensato per uscire dai centri abitati di Montesano , Lucugnano, Alessano, Montesardo e Gagliano

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di Lorenzo Zito

Corridoio plurimodale adriatico.

Tecnicamente, viene chiamata così la nuova Strada Statale 275 che, come abbiamo avuto modo di raccontarvi sugli scorsi numeri, sta iniziando a snodarsi, da nord verso sud, con il primo lotto (da Maglie a Montesano) che è già a tutti gli effetti un cantiere aperto.

Oggi faremo uno zoom sul secondo lotto, quello tra Andrano/Montesano e Santa Maria di Leuca.

L’ultimo passaggio burocratico di dominio pubblico a riguardo, poche settimane fa, ha visto i sindaci di Alessano, Corsano, Gagliano del Capo, Miggiano, Montesano Salentino, Specchia, Tiggiano e Tricase (i centri che saranno interessati dai lavori del secondo lotto) incontrarsi, assieme ad alcuni tecnici Anas, presso Palazzo Adorno a Lecce.

Un tavolo promosso dal presidente della Provincia, Stefano Minerva, per fare il punto sulle delibere di approvazione del progetto di fattibilità tecnico economica da parte dei singoli consigli comunali, in attesa di passare dalla progettazione esecutiva dell’opera al bando per l’assegnazione dei lavori.

L’idea, quindi, è quella di accompagnarvi in una passeggiata immaginaria lungo il nuovo tragitto lungo circa 19km che, secondo le previsioni, dal giorno in cui verrà cantierizzato (non prima di un anno e mezzo/due), richiederà circa 1350 giorni per essere portato a termine (poco più di 3 anni e mezzo).

Per una spesa, riferita ai soli lavori, di 140 milioni di euro.

CIÒ CHE NON È STATO

Brevemente ricordiamo che, dopo l’annullamento in autotutela da parte di Anas (nel 2016) della precedente gara (indetta nel 2009), furono prese in considerazione tre possibili alternative.

Scartate le prime due (dette Alternativa Est e Alternativa Ovest, con riferimento al lato da cui circumnavigare Tricase), fu scelta la cosiddetta Alternativa 3, che è quella che andiamo qui a illustrare, descritta dagli studi come quella con performance migliori dal punto di vista ambientale e funzionale, nonché per la sostenibilità dell’opera.

Va ricordato, inoltre, come il progetto inizialmente proposto da Anas prevedesse una statale a due corsie per senso di marcia (quindi quattro corsie) da Maglie sino a Leuca.

Soluzione che è stata conservata per il solo lotto nord e scartata per quello a sud, non solo per ridurne l’impatto ambientale ma anche per rispondere adeguatamente alla vera priorità dell’opera in questo tratto: portare il traffico verso il Capo di Leuca fuori dai centri abitati di Montesano, Lucugnano, Alessano, Montesardo e Gagliano, tutt’oggi tagliati in due dalla SS275.

Ultimo (ma non ultimo) l’elemento rifiuti: il nuovo progetto toglie Anas dall’imbarazzo delle discariche abusive emerse lungo il vecchio percorso tra Alessano e Tricase.

La scelta di allontanarsi da quelle aree ha un duplice effetto: da un lato scongiura il rischio di un sequestro dell’opera da parte della magistratura, dall’altro ha del tutto distolto i riflettori dal tema bonifica.

CIÒ CHE SARÀ

Eccoci allora al tracciato stradale che partirà, in direzione sud, dallo svincolo di Montesano-Andrano (nella mappa in basso in rosso).

Una lingua di asfalto con una carreggiata a due corsie, una per senso di marcia, costituita per il 71% circa da tratti in rilevato, per il 24,5% da tratti in trincea e per la restante parte, da opere in sottopasso (3.5%) e in sovrappasso con viadotti e ponti (0.4%).

22 curve, 28 rettifili, 9 intersezioni e 6 immissioni/diversioni per un percorso tecnicamente suddiviso in cinque tratti (che, come sta accadendo col primo lotto, non saranno realizzati all’unisono, ma con cantierizzazioni indipendenti, uno dopo l’altro).

Un dato interessante per gli amanti dei numeri, e non solo, ci arriva dallo studio dei volumi di traffico effettuato in fase di progettazione su alcuni punti nevralgici per la viabilità locale.

Eclatante il tratto di 275 tra Botrugno e San Cassiano, che in un totale di due ore (la somma dell’ora di punta mattutina e di quella serale) conta il transito di ben 2.300 mezzi. Interessante anche il rilievo della tangenziale di Tricase (“Cosimina”) dove nei 120 minuti più intensi passano più di 1.200 veicoli.

DA DOVE PASSA

Il rischio di appesantimento dei flussi sulla “Cosimina” è uno degli elementi che fecero cadere l’ipotesi dell’Alternativa Est (che avrebbe utilizzato proprio questa strada per il passaggio della nuova statale).

Ad oggi tuttavia, pur non inglobando il nuovo tracciato, è previsto che la tangenziale di Tricase venga raggiunta dalla Maglie-Leuca.

Va detto che la nuova opera smetterà, innanzitutto, di correre lungo quattro corsie già nel tratto finale del primo lotto.

A nord di Montesano, in prossimità di DFV, la strada si staccherà dal tracciato esistente, si ridurrà ad una corsia per senso di marcia ed eviterà l’abitato montesanese passandovi ad est, tra le campagne di Castiglione d’Otranto (vicino al campo sportivo) per arrivare ad un bivio.

Da un lato si continuerà a viaggiare per Leuca (lungo il secondo lotto), dall’altro partirà un braccio, anch’esso del tutto nuovo, destinata al traffico per e da Tricase.

Questa lingua di strada condurrà nella zona industriale tricasina, lasciandoci in località Serrafica, proprio alle porte della tangenziale Cosimina.

L’ultimo lembo del primo lotto, insomma, che porterà anche all’abitato di Montesano, sarà a lingua di serpente.

Ma questa è un’altra storia, chiamata “Lotto 1”.

SVINCOLO 1: LA ROTATORIA DI LUCUGNANO TORNA UTILE

Il secondo lotto conta 9 svincoli (numerati sulla mappa in alto) ed inizia ad est della stazione di Montesano-Miggiano-Specchia.

Si riallaccia subito al vecchio percorso, ricalcandolo fino alla mega rotatoria di Lucugnano.

Qui lo svincolo 1 (pianta in basso) sarà in adeguamento alle uscite esistenti: permetterà di entrare a Miggiano da via Padre Pio (A) e di raccordarsi alla viabilità della zona industriale tramite la famigerata (per dimensioni) rotatoria (B).

Da Montesano Salentino a Lucugnano di Tricase

SVINCOLO 2: TRA LUCUGNANO E SPECCHIA

A questo punto il nuovo tracciato si discosta dal precedente: la 275 non prosegue più in direzione dell’area artigianale lucugnanese, ma si addentra nelle campagne.

La circumnavigazione della frazione avviene dal lato ovest, avvicinandosi ai capannoni calzaturieri della famiglia Sergio, in strada comunale Rivola, ed incrociando la Specchia-Tricase.

Proprio qui, in prossimità de “La Caiaffa”, sorge il secondo svincolo: “Lucugnano ovest”.

SVINCOLO 3: TRA L’AUDITORIUM E FILOGRANA

Lasciatasi alle spalle la terra di Girolamo Comi, la nuova 275 torna a calcare il vecchio tracciato prima di arrivare sul suolo di Alessano.

La statale si ricongiunge con la strada esistente, a poco più di cento metri dall’Auditorium Benedetto XVI, scavalca la strada vicinale Santa Caterina e ci conduce allo svincolo 3: sul già esistente incrocio con la SP 184, la strada del Gonfalone, lungo la quale si incontra anche il nuovo stabilimento calzaturiero di Antonio Sergio Filograna.

SVINCOLO 4: TRA LE CAVE IN DIREZIONE TIGGIANO

La nuova 275 cambia di nuovo rotta.

Stavolta, rispetto al vecchio tracciato, si spinge ad est, addentrandosi in zona Matine per non entrare più negli abitati di Alessano e Montesardo.

Lo svincolo 4 è quello di Tiggiano.

Sorgerà in zona Tagliate, lungo l’arco che la statale andrà a comporre con una carreggiata del tutto nuova.

L’uscita si collocherà a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla stazione ferroviaria tiggianese.

SVINCOLO 5: ALESSANO – CORSANO E LA FERROVIA

Tra il quarto ed il quinto svincolo si snoda una trama stradale alquanto articolata, che conta anche la presenza dei binari ferroviari. Torna utile un ulteriore zoom sulla zona: pubblichiamo (in basso) il progetto dello svincolo 5, cui si arriva uscendo dal territorio di Tiggiano.

Qui la statale incrocerà la provinciale 80 Alessano-Corsano (C).

Per scongiurare l’intersezione coi binari verrà realizzato un sottopasso (D).

Per le uscite, quindi, sorgerà una viabilità ai lati della carreggiata.

Come mostra la mappa (la prima in alto), ci saranno due nuove rotatorie sulla Alessano-Corsano.

Quella ad est dell’attuale dosso convoglierà il traffico anche lungo la provinciale 188, la strada con cui il Capo di Leuca ha preso confidenza nel periodo del senso unico di marcia lungo via Regina Elena a Corsano.

Alla rotatoria ad ovest invece, lato Alessano, si aggancerà anche una nuova bretella (E), una lingua di asfalto che la metterà in comunicazione con il precedente svincolo, quello di Tiggiano.

Svincolo Alessano – Corsano

SVINCOLO 6: CI PORTA DA DON TONINO

Rotolando verso sud, tangendo ma non toccando l’abitato corsanese, la nuova Maglie-Leuca entra in contatto con la provinciale 210.

È la strada che gli alessanesi percorrono per raggiungere la splendida Marina di Novaglie.

Lo svincolo 6, da cui inizia il quarto tratto di questo stralcio, si collocherà in aperta campagna ma molto vicino al cimitero di Alessano (quindi alla tomba di Don Tonino Bello, meta di considerevole turismo religioso); in prossimità della strada che si arrampica su Montesardo ed a pochi metri dall’incrocio con la Corsano-Gagliano, che sarà servito da una nuova e più sicura rotatoria.

SVINCOLO 7: TRA LA SUD SALENTO E LA STAZIONE DI GAGLIANO

Il percorso continua sinuoso attorno ai centri abitati, evitando San Dana (frazione di Gagliano) ed andando a ricalcare un pezzo del già esistente tracciato della sp81 tra Corsano e Gagliano.

In prossimità del curvone prima del distributore Apron, la provinciale diventerà per alcune centinaia di metri la nuova 275.

Salvo poi dividersi nuovamente con una virata ad ovest prima di Gagliano: la nuova carreggiata incrocerà ancora i binari, sfiorerà il calzaturificio Sud Salento e, avvicinandosi alla stazione di Gagliano, taglierà la vecchia 275.

Proprio da questo incrocio tra vecchio e nuovo prenderà vita lo svincolo 7 “Gagliano del Capo nord”.

SVINCOLO 8: CASTRIGNANO DEL CAPO (E PATÙ)

A questo punto la strada correrà tra l’abitato gaglianese e quello di castrignanese.

Sarà permesso uscire allo svincolo 8 “Castrignano del Capo”. Ci troveremo, in pratica, sulla sp 351: da un lato ci dirigeremo a Castrignano del Capo (o a Patù), dall’altro entreremo a Gagliano da sud (cimitero e nuovo Eurospin).

SVINCOLO 9: DE FINIBUS TERRAE

Non è finita: c’è il quinto ed ultimo tratto che, costeggiando Salignano con un’opera del tutto nuova e viaggiando a sinistra (ad ovest) del vecchio tracciato, ci condurrà all’ultimo svincolo, il numero 9: “Gagliano del Capo – sud”.

Siamo alle porte di Santa Maria di Leuca, il punto in cui già oggi la 275 si passa il testimone con un’altra statale, la 274 Gallipoli-Leuca.

È qui, con un adeguamento dell’intersezione esistente, ai confini della terra, che è attesa una delle opere più discusse della storia del Salento.

È qui che, si spera presto, termineremo di fantasticare su questo tracciato che immaginiamo da oltre 30 anni.

 

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Approfondimenti

Ulivi e vigneti: secoli di storia che non devono finire con la xylella

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di Hervé Cavallera

Chi nel corso della storia visitava il Salento rimaneva colpito dalla distesa di olivi e dalla qualità dell’olio, su cui nel Settecento ben si intratteneva il gallipolino Giovanni Presta (1720-1797), del quale nel 1988 e nel 1989 ho ripubblicato le opere.

Accanto all’olio ecco aggiungersi la produzione del vino, tra cui di particolare pregio è il “primitivo”, il cui nome risale a don Francesco Filippo Indellicati (1767-1831) di Gioia del Colle, il quale ritenne che un particolare vigneto della sua terra si potesse già vendemmiare ad agosto.

La distesa degli oliveti e dei vigneti è stata da sempre un grande spettacolo di bellezza, spettacolo che, al tempo stesso, veniva a simboleggiare due elementi fondamentali nella nostra vita: l’olivo, rappresentando il rinnovamento e la forza vitale; la vite, il benessere e l’abbondanza.

L’olivo, inoltre, è stato sempre inteso come simbolo di pace.

Da tempo la distesa di olivi non è più tale. A partire dal 2013 la Xylella ha distrutto migliaia e migliaia di alberi d’olivo e l’infezione, che ha in primo luogo investito il Salento, si è col tempo estesa sino alla Terra barese.

Così chi percorre le nostre campagne non può che constatare la tristezza degli oliveti in rovina e moltissimi alberi sono stati sradicati. Si è avuto pertanto un eccezionale danno sia ambientale e socio-economico sia storico-paesaggistico.

Alberi plurisecolari sono stati distrutti e la produzione di olio ne ha pagato le conseguenze, non solo con l’aumento del prezzo per quello esistente, ma anche con l’importazione di olio proveniente da altre parti del mondo.

Non è questa la sede per soffermarsi sulla provenienza del batterio e sul modo su cui l’epidemia è stata affrontata, sicuramente sottovalutandola e intendendola come un fenomeno locale, con devastanti conseguenze soprattutto per il Salento ma anche – di conseguenza – per la Puglia in generale.

E la questione non è del tutto chiusa, nonostante qualche studioso sostenga che il peggio è passato e che si può andare incontro alla graduale ripresa, che comunque comporterà non poco tempo data la qualità e quantità del disastro.

E non è finita. Mentre ancora non si riesce a uscire dal malanno, ecco che si annunzia un altro. Un ceppo della Xylella fastidiosa tende a colpire non solo alberi come le querce, i mandorli e gli oleandri, ma anche le viti e pare che nel Barese alcuni vigneti di uva da tavola siano risultati infettati dal batterio, aprendo un altro drammatico scenario.

Sembra di assistere allo sfasciarsi di una tradizione millenaria: la forza vitale (l’olivo) viene meno e dilegua il benessere (i vitigni).

È la realtà di un presente frantumato che non riesce a far fronte con lucidità alle novità che irrompono e devastano e rendono incerta quella che era una garanzia plurisecolare.

La pace come gli olivi viene meno e si estende la violenza sotto forme diverse, mentre si è incapaci di ogni saggio controllo. Tale potrebbe essere una metafora del nostro tempo, una trasposizione simbolica di immagini che rappresentano la situazione dell’esistente.

NON E’  TEMPO DI CONTRAPPOSIZIONI

Al di là di questa considerazione sul mondo che viviamo, resta, prosaicamente si potrebbe forse dire, il problema dell’immediato, che è quello di un’epidemia che ha colpito gli olivi e che rischia di estendersi con altrettanta pericolosità sui vitigni.

E l’affrontare la battaglia spetta ai politici, agli studiosi, agli esperti. E tutti devono agire in una comune simbiosi, ben sapendo che in gioco sono più cose: la bellezza delle campagne, la qualità (dei prodotti), l’economia (il guadagno che si ricava dall’olio e dal vino).

Ma sono anche in gioco l’avvedutezza di coloro che gestiscono la cosa pubblica e le conoscenze tecniche e scientifiche di tanti specialisti.

E devono venir meno le contrapposizioni, soprattutto quelle che impediscono dei piani organici aperti però a continua verifica. Non si deve dimenticare che nel passato non lontano si è considerata la diffusione della Xylella fastidiosa un mero fenomeno locale, trascurando peraltro il fatto che, se anche così fosse stato, il danno non sarebbe stato comunque insignificante.

Come accade che ci siano tuttora pareri diversi intorno all’abbattimento delle piante. Per questo bisogna non solo studiare come arginare e bloccare la diffusione del batterio, ma occorre valutare continuamente gli interventi e modificarli secondo la bisogna.

E non sono sufficienti, per quanto necessarie, unità operative provinciali e regionali. È opportuno che la questione sia portata a livello più alto e superi le barriere di ogni tipo che possono sorgere allorché si manifestano interventi pubblici. Occorre effettivamente un coinvolgimento generale, che al tempo stesso sappia articolarsi secondo le diverse competenze e con opportune strategie oculatamente dirette.

Nell’operare insieme, politici, tecnici, studiosi, proprietari terrieri e così via, si riscopre inoltre il senso di una comunità, il ricompattarsi della stessa.

Con un’espressione latina (ed ecco il rinvio a un mondo – quello dell’antica Roma – che non deve svanire in quanto ne siamo figli) Iam proximus ardet Ucalegon (già brucia il vicino palazzo di Ucalegonte) e le parole di Virgilio (Eneide, libro II, versi 311/312) spiegano molto bene che il danno non riguarda solo gli altri, ma anche noi stessi in quanto, come le fiamme del palazzo attiguo investono il nostro, la rovina della terra in cui viviamo, pur senza esserne proprietari, ci investe tutti.

E il bene pubblico va oltre ogni divisione paesana, territoriale, politica.

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Approfondimenti

La cappella e la cavalla devota che scoprì la tela della Madonna

Nel rione di Caprarica. Con i fondi dell’8 per mille recuperata la chiesa nella sua interezza: ogni elemento originario (mensa, tabernacolo, tele) è stato oggetto di attente operazioni di restauro…

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di Luigi Zito

Era il 1651, in una uggiosa giornata di novembre, i frantoi di Tricase giravano a tempo pieno, si dovevano molire le olive, spremerle e produrre quello che per secoli è stato l’oro del Salento: l’olio.

Una stanca cavalla, legata e bardata di tutto punto, faceva girare le macine che servivano alla spremitura delle olive.

Alcuni contadini, che vegliavano il logorio dell’animale, si resero conto che, ogni qualvolta percorreva un determinato tratto del frantoio ipogeo, la cavalla aveva un sussulto, come zoppa si inchinava davanti a qualcosa.

Intrigati da quel fenomeno, i nachiri, decisero di scavare in quel punto indicato dall’animale e, come per miracolo, rinvennero una tela della Madonna di Cassiobe.

Fu così che si decise di costruire in quel luogo preciso una cappella dedicata alla venerazione della Madonna. Oggi, dopo 4 secoli, possiamo asserire che in parte quella leggenda rispecchiava la realtà.

Infatti, durante i recenti lavori di rifacimento della pavimentazione interna della cappella, è stata rinvenuta l’imboccatura di un frantoio (in parte crollato) collocato proprio sotto la chiesa.

La Chiesa dell’Immacolata e del SS. Sacramento, oggi sede della Congregazione dell’Immacolata Concezione (priore Claudio Ruberto, oggi conta 130 iscritti), è sita nel rione di Caprarica di Tricase, persa tra le viuzze del centro storico, inglobata nel tessuto edilizio circostante.

È una chiesa a unica navata, edificata presumibilmente attorno alla metà del XVII secolo, come attesta il libro dei defunti della parrocchia, che fa risalire la prima inumazione al 4 aprile 1654.

LA CAPPELLA NEGLI ANNI

È frutto di due interventi edilizi di ampliamento: il primo nel 1922 quando venne costruita una sagrestia; il secondo nel 1967 vide la demolizione e ricostruzione della stessa, una sala riunioni e un campanile a torre (completato nel 1973).

Fino al 1967, nella chiesa era presente un unico altare a muro con il tabernacolo e al di sopra, posti in successione, la tela della Madonna di Cassiobe e quella della Vergine Immacolata con i quattro Santi protettori della Confraternita.

Tra il 1967-1970, con i lavori di ampliamento, si attuò lo smembramento di tutto l’apparato dell’altare a muro, dislocando gli elementi costitutivi (mensa, tabernacolo e tele) in posizioni differenti all’interno della chiesa.

L’ultima funzione religiosa fu celebrata il 24 marzo 2013, da don Eugenio Licchetta. Successivamente, gravi problemi strutturali portarono a interdire il culto e a chiudere la chiesa.

Il parroco di allora, don William Del Vecchio, in accordo con la Confraternita dell’Immacolata, nel 2015 intraprese l’iter per il recupero e il restauro della chiesa e affidarono i lavori agli architetti Agnese Piscopiello e Francesco Pala.

La Conferenza Episcopale Italiana, con i fondi dell’8 per mille, finanziò il progetto e si procedette a recuperare la chiesa nella sua interezza.
Il 22 maggio 2020 iniziarono i lavori di restauro, portati a compimento anche grazie alla generosità dei fedeli.

Nell’avvicendarsi di parroci nella parrocchia di Sant’Andrea, è doveroso citare anche l’impegno dapprima di don Luigi Stendardo che diede il via ai lavori, e poi quello di don Salvatore Chiarello, l’attuale parroco, che ha seguito e partecipato alle varie fasi di realizzazione delle opere fino alla loro conclusione.

Durante la fase di rimozione della pavimentazione, sono venute alla luce strutture di antica origine, in particolare: un antico pavimento in cocciopesto, nelle prime due campate della chiesa; la presenza di un ossario murato con lastre di pietra; la fondazione in pietrame della muratura di fondo della chiesa (prima che venisse eseguito l’ampliamento del 1922); la presenza di un frantoio ipogeo scavato nella roccia che si sviluppa al di sotto della chiesa, la cui imboccatura è stata segnalata mediante la realizzazione di una botola nell’attuale pavimentazione.

Ogni elemento originario (mensa, tabernacolo, tele) è stato oggetto di attente operazioni di restauro a cura dei restauratori Ludovico Accogli e Alessandra Muci, che hanno riportato alla luce le decorazioni e le cromie originarie ricoperte e dimenticate.

Il 5 dicembre 2024, alla presenza del vescovo mons. Vito Angiuli, del sindaco Antonio De Donno e di tutta la comunità, la chiesa è stata riaperta al culto.

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