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Attualità

Le ragioni dei trattori salentini

L’Associazione Salentina Agricoltori nasce dal basso ed oggi conta più di 900 associati tra le province di Lecce e Brindisi.  Abbiamo ospitato in redazione presidente William Murciano, perito agrario 28enne di Melendugno, il vice presidente Gianluigi De Pascalis, 44 anni, imprenditore agricolo di Lecce e Nunzio Pispero, imprenditore agricolo, 49enne, originario di Tricase e residente a Specchia. Tanti gli argomenti sul tavolo: i rapporti «inesistenti» con le altre associazioni di categoria, la produzione sottocosto, l’aumento dei costi, il post Xylella, il consorzio di bonifica, l’olio taroccato proveniente da Paesi con norme meno stringenti delle nostre, la tutela del Made in Italy, la peronospora, gli allevamenti a rischio per lupi, cani e cinghiali, i rapporti con le istituzioni…

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L’Associazione Salentina Agricoltori nasce dal basso ed oggi conta più di 900 associati tra le province di Lecce e Brindisi.


Abbiamo ospitato in redazione il presidente William Murciano, perito agrario 28enne di Melendugno, il vice presidente Gianluigi De Pascalis, 44 anni, imprenditore agricolo di Lecce e Nunzio Pispero, imprenditore agricolo 49enne, originario di Tricase e residente a Specchia.


«Siamo nati come movimento spontaneo di agricoltori», spiega il vice presidente De Pascalis, «ed abbiamo costituito un gruppo poco prima del 30 gennaio, data nella quale si è svolta la nostra prima manifestazione, con 270 trattori arrivati a Lecce, sia da Gallipoli (statale 101) che da Maglie (SS 16)».


La mossa successiva è stata quella dei presìdi a Scorrano, Surbo, Cavallino e Martano.


«In quei paesi», aggiunge il presidente Murciano, «abbiamo sostato con i trattori per sensibilizzare l’opinione pubblica e spiegare alla gente i motivi per cui si manifesta e si protesta».


«Subito dopo abbiamo stretto un’alleanza con i colleghi di Brindisi», riprende la parola De Pascalis, «problemi e richieste sono gli stessi, quindi, dopo un incontro tra delegazioni abbiamo unito le forze. Il 13 febbraio siamo stati invitati in Regione dopo una manifestazione nel Capoluogo pugliese. Siamo stati accolti nella Conferenza dei capigruppo regionali, dopodiché abbiamo avuto un colloquio in Consiglio regionale con l’assessore Donato Pentassuglia e con il suo capo dipartimento Gianluca Nardone. Colloquio che si è ripetuto il 22 febbraio. Nel frattempo (il 20 febbraio) siamo andati a trovare il ministro Raffaele Fitto, sollecitati proprio dal governatore Michele Emiliano durante il primo incontro in Regione. Emiliano ci aveva riferito dell’esistenza di fondi PNRR mai sbloccati. Sentendo le due campane, abbiamo avuto modo di capire che i fondi del PNRR non sono arrivati perché è mancato uno studio di fattibilità entro i tempi previsti da parte della Regione».


Quindi c’è stata una lacuna nella progettazione?


«Purtroppo sì e il Ministro ci ha ribadito che quei soldi non sono più disponibili. Ci sono invece delle possibilità per gli FSC, i Fondi di Sviluppo e Coesione, che sono sempre di competenza diretta di Fitto».


Vi ha dato speranze?


«Ci ha detto che ancora si fa in tempo e che, puntando ad un discorso di filiera, quello è il filone più opportuno».


A proposito di soldi, i nostri tre ospiti ci tengono a evidenziare che nell’associazione «tutte le figure del direttivo non percepiscono compensi. Il nostro è solo un ruolo di rappresentanza. Direttore, vice direttore, presidente e vice presidente, segretario e tesoriere non percepiscono un euro, così come i delegati».


SOTTOCOSTO


Riguardo alle problematiche che ingessano l’intero comparto, Murciano spiega: «Non riusciamo più a mantenere le spese di produzione. Sugli scaffali arrivano prodotti di livello alto ma, nella situazione in cui ci troviamo, la cosa non è più sostenibile».


I prezzi aumentano man mano che scorrono nella filiera ma ai produttori vanno solo pochi spiccioli.


«Un litro di latte», dice Pispero, «viene pagato a chi lo produce 59 centesimi, contro i due euro circa a cui viene venduto nei supermercati; un chilo di grano viene pagato agli agricoltori attorno ai 25 centesimi, serve per fare un chilo di pane che viene venduto ai consumatori a prezzi che variano dai 3 ai 5 euro».


Poi c’è il problema olio.


«Più di un problema», ci interrompe De Pascalis, «in pratica non esiste più produzione perché la Xylella ha azzerato tutto».


SOLO UNA BANDIERA


Che rapporti avete con le altre associazioni di categoria?


«Al momento sono inesistenti», risponde lapidario De Pascalis, «ci hanno cercato più volte ma, il nostro, resta un movimento spontaneo della base agricola».


«Non vogliamo che la nostra associazione venga inglobata o identificata politicamente», lo interrompe Murciano. «Sia chiaro che non ci poniamo in sostituzione delle associazioni di categoria», chiarisce De Pascalis, «la nostra è una posizione di consulenza agli associati e soprattutto di proposizione legislativa, ecco perché abbiamo partecipato al Tavolo con la Regione e all’incontro con Fitto».


«Stiamo cercando di fare ciò che le associazioni di categoria non fanno», sottolinea Pispero, «dovrebbero essere loro a interloquire con la politica ed a rappresentare i nostri problemi. Invece…».


IL POST XYLELLA


Detto dell’aumento esponenziale dei costi di filiera, questa non è certo l’unica questione con cui gli agricoltori salentini devono confrontarsi.


«Il problema più grosso resta quello della Xylella», incalza De Pascalis, «che ha portato, nel territorio salentino, nella provincia di Lecce in particolare, all’azzeramento completo della produzione. Per questo chiediamo l’estensione degli indennizzi dagli attuali tre ad almeno 5 anni. Chiediamo anche l’estensione della moratoria dei mutui e dei finanziamenti agricoli delle aziende colpite da Xylella, sempre dagli attuali tre ad almeno 5 anni. La riteniamo una cosa giusta e imprescindibile per i giovani agricoltori. Abbiamo anche presentato una mozione con cui chiediamo l’estensione degli indennizzi sui finanziamenti Ismea, quelli destinati ai giovani agricoltori che hanno investito e che sono impossibilitati a pagare i debiti, perché si sono ritrovati con un seminativo gravato dall’onere dell’estirpazione. è una questione di giustizia e di equità sociale. Bloccare i pagamenti per almeno 5 anni, darebbe loro la possibilità di rimettersi in sesto, anche attraverso le prime produzioni dopo la messa a dimora di piante di Favolosa».


«Altro problema per il quale non ci siamo sentiti rappresentati dalle altre associazioni», prosegue De Pascalis, «è quello delle pratiche dell’Articolo 456 regionale, che hanno dei tempi di scorrimento lunghissimi. Come per i famosi 300 milioni di euro per l’emergenza Xylella, quelli “Centinaio – Lezzi” per intenderci. Quei soldi non sono stati ancora integralmente utilizzati: eppure son passati 5 anni! Questo perché ci sarebbero rivoli e rivoletti nelle norme per cui non si riesce a scorrere. Pentassuglia ci ha riferito di aver chiesto l’affidamento di 400 unità per smaltire tutto l’iter straordinario per la Xylella: gliene hanno date solo 38! Probabilmente l’assessorato sta facendo il possibile. Contestiamo, però, il fatto che dinanzi a un problema straordinario siano adottate metodologie ordinarie».


CONSORZIO DI BONIFICA


Altro punto critico, quello dei consorzi di bonifica.


Non ci gira intorno il vice presidente De Pascalis: «Riteniamo assolutamente ingiusti tutti i pagamenti perché non correlati ad effettivi benefici».

L’unificazione di tutti gli organismi preesistenti nel Consorzio Centro Sud Puglia porterà benefici?


«Un dramma!», taglia corto De Pascalis, «perché prima avevamo quattro consorzi di prossimità e già erano improduttivi. Figurarsi ora che ne abbiamo solo uno per un territorio così vasto. Anche quella dei consorzi di bonifica per noi è un’ingiustizia sociale: a fronte di nessun beneficio, un tributo non dovuto. Incredibile che a riguardo nessuno si sia mosso prima.  I tributi sono ingiustificati: sarebbe più sano pagare in base, ad esempio, ai metri cubi di acqua che utilizziamo. Una tassa per un servizio reale di cui si gode, non per il nulla, come accade oggi. Resta anche il problema del pregresso. Ci dicono: pagate perché dobbiamo ripianare i debiti. E come paghiamo? Altro aspetto che, nell’ambito del tavolo tecnico, abbiamo sottolineato, è quello della pericolosità sociale delle cartelle esattoriali legate al consorzio di bonifica. Di questo ci ha dato atto anche l’assessore Pentassuglia che ci ha confermato lo svolgimento di un consiglio regionale monotematico sull’argomento. Ci potrebbe essere una corsa alla cartolarizzazione di quei crediti esigibili, con l’ingresso in campo di personaggi ambigui, che comprano quei debiti per poi riscuotere. Quei soldi possono far gola a molti».


MADE IN ITALY


Altra richiesta importante la tutela del made in Italy per olio, grano, patate e tutti ciò che viene coltivato.


«Se ci sono Paesi che si trovano in condizioni normative, retributive e assistenziali più favorevoli rispetto alle nostre, non possiamo più essere competitivi», evidenzia De Pascalis, «senza dimenticare i controlli di qualità che altrove non sono stringenti come i nostri: ne va anche della qualità di ciò che si mette a tavola. Si pensi al grano che in alcuni Paesi viene trattato con sostanze da noi proibite. Ma, se quel grano, poi, arriva sul nostro mercato…».


«Nell’incontro con l’assessorato regionale», aggiunge il presidente Murciano, «abbiamo anche parlato dei carciofi che arrivano dall’Egitto, dove non vige la stessa situazione previdenziale: questo equivale a mettere in ginocchio tutto il comparto. Lo stesso per l’olio del Marocco, per i mandarini da Cipro e tanti altri prodotti».


Riguardo all’olio, De Pascalis denuncia: «Se quelle stesse olive, prodotte in Marocco, vengono lavorate e confezionate in Spagna, diventa olio comunitario e quindi si crea un problema ancora maggiore, perché quello è un prodotto comprato a pochi spiccioli che poi, attraverso mezzi e mezzucci, viene immesso in Europa, drogando il mercato».


«Abbiamo chiesto maggiori controlli nei porti», interviene nuovamente Murciano, «perché almeno si eviti che arrivino illegalmente quei prodotti che non sono conformi alla nostra legislazione».


RISCHIO ABBANDONO


Altro punto fermo: la tutela del rischio di abbandono.


«A livello regionale si potrebbero prevedere dei fondi per un certo periodo. Come fa la Regione Toscana che eroga 840 € l’anno per 5 anni. Tutto ciò favorirebbe la tutela ambientale, la prevenzione degli incendi, la salvaguardia del territorio, la diminuzione del rischio di abbandono e la garanzia che i nuovi oliveti non vengano abbandonati. Se facciamo una passeggiata in Salento, vediamo come in tanti campi l’erba sia più alta degli alberelli, abbandonati a sé stessi, perché il sistema è al collasso».


LUPI, CANI, CINGHIALI


Zootecnia, il problema della fauna si sta accentuando sempre di più.


«A causa di lupi, cani e cinghiali», spiega Murciano, «molte aziende oggi rischiano di chiudere. Aziende ovicaprine che prima avevano 200 animali, si ritrovano, improvvisamente con 120-140 capi ammazzati. Non bastasse il danno, anche la beffa, quella di dover pagare lo smaltimento di quelle carcasse, senza aver diritto ad alcun indennizzo».


«Gli animali da allevamento sono certificati, hanno delle matricole», entra nello specifico Pispero, «quindi una volta uccisi da altri animali ti tocca smaltirli a norma di legge e pagare. Era in ballo un’ipotesi legata alle assicurazioni ma ora pare sia tutto bloccato. Ovviamente gli allevatori non possono neanche reagire direttamente, perché il lupo è un animale protetto».


«Per questi motivi», chiude il cerchio Murciano, «chiediamo un aiuto economico alle aziende colpite da questa sventura, sia per lo smaltimento delle carcasse che per l’acquisto di nuovi animali. Riacquistare una pecora per intenderci, costa tra i 100 ed i 150 euro (dipende dal tipo) e, comunque, prima che inizi a produrre occorre del tempo».


LA PERONOSPORA


Questione vigneti.


«A riguardo», è sempre Murciano a parlare, «abbiamo chiesto all’assessore regionale la modifica della Legge 102, quella sulle calamità. La peronospora ha provocato danni sulla produzione nel 2023 e compromesso quella del 2024.


 


Purtroppo la peronospora viene considerata come fitopatia e non viene, quindi, liquidata dall’assicurazione né compresa in altre forme di indennizzo. In realtà, quella peronospora era larvata ed è venuta fuori a causa delle alluvioni di giugno 2023. In quel periodo gli agricoltori non riuscivano ad entrare nei vigneti per i trattamenti e la situazione è degenerata. C’è quindi una chiara relazione tra causa ed effetto».


Infine, i nostri ospiti sostengono che «il Salento, inteso come province di Lecce, Brindisi e Taranto, dovrebbe avere delle misure specifiche, diverse fa quelle del Barese, della Bat o del Foggiano.  Invece, ci duole dirlo, ma è palese, Emiliano ed il governo regionale sono decisamente baricentrici.  Quando il governatore disse che l’agricoltura pugliese di qualità parte da Bari per poi risalire lungo la regione, fu un affronto gravissimo».


IN FUTURO


Prossimi passi?


«Stiamo valutando la possibilità di recarci a Roma per poter parlare col ministro dell’Agricoltura, con qualche rappresentante delle Camere o anche con i sottosegretari. Sarebbe bello produrre un documento unico con le altre associazioni spontanee che stanno sorgendo in Puglia».


Se imprenditori e lavoratori salentini del settore agricolo volessero far parte dell’Associazione Salentina Agricoltori o anche solo chiedere informazioni, possono contattare uno dei seguenti numeri di telefono: 327/1289529 (William); 380/2829235 (Gianluigi); 328/2614498 (Nunzio).


Giuseppe Cerfeda



Attualità

Incandidabilità sindaci: nota ANCI a Giorgia Meloni

L’Associazione dei Comuni pugliesi chiede l’intervento del Governo: proposta di ricorso e richiesta di sospensione degli effetti della norma

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ANCI Puglia sollecita un intervento del Governo per impugnare l’art. 219 della Legge n. 42/2024, ritenuto incompatibile con i principi costituzionali e lesivo del diritto all’elettorato passivo.

In una nota (firmata dalla presidente Fiorenza Pascazio, dal vicepresidente vicario Michele Sperti e dai vicepresidenti Giovanna Bruno, Silvana Errico, Luciana Laera, Onofrio Di Cillo, Noè Andreano) inviata al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Ministero dell’Interno, ANCI Puglia ha chiesto un intervento per la dichiarazione di incostituzionalità della norma introdotta dall’art. 219 della Legge n. 42/2024 in materia di incandidabilità dei sindaci.

L’Associazione dei Comuni pugliesi ha accolto con soddisfazione la posizione espressa dal Ministero dell’Interno, che ha evidenziato il profilo di incostituzionalità dell’emendamento in questione, approvato nell’ambito della legge di bilancio 2025 dal Consiglio regionale della Puglia.

In particolare, il Viminale ha sottolineato le criticità dell’articolo 219, ritenendolo incompatibile con i principi sanciti dalla legge n. 165/2014 e definendone l’evidente “irragionevolezza“.

Fin dall’approvazione dell’emendamento, ANCI Puglia ha espresso preoccupazioni sulla sua legittimità, ribadendo la necessità di garantire ai sindaci pari opportunità di accesso alle cariche elettive, senza discriminazioni.

A giudizio dell’Associazione, questa disposizione rappresenta un ostacolo ingiustificato alla partecipazione democratica, privo di fondamento giuridico, che impedisce ai sindaci di concludere il proprio mandato amministrativo e di concorrere alle elezioni regionali.

Nonostante i ripetuti appelli e il sostegno trasversale alla richiesta di revisione della norma, il Consiglio regionale della Puglia non ha ancora adottato alcuna misura correttiva.

Nel frattempo, numerose iniziative, comprese azioni legali promosse da sindaci di diverse appartenenze politiche, hanno cercato di contrastare questa norma.

In tale contesto, ANCI Puglia ritiene necessario un intervento risolutivo da parte delle autorità competenti, per garantire il rispetto del principio costituzionale di eguaglianza e il diritto all’elettorato passivo di ogni cittadino pugliese.

L’Associazione dei Comuni pugliesi sollecita un intervento urgente per risolvere le criticità giuridiche e applicative derivanti dall’introduzione della norma regionale, anche in considerazione dell’incertezza sulla data delle elezioni regionali.

Per questo motivo, ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei ministri di proporre ricorso in via diretta ai sensi dell’art. 31, commi 2, 3 e 4, della legge n. 87/1953, per la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2, della legge regionale n. 2/2005, come modificato dall’art. 219 della legge n. 42/2024, pubblicata sul BURP della Regione Puglia il 31 dicembre 2024.

Il ricorso va presentato entro 60 giorni dalla pubblicazione, richiedendo anche la sospensione degli effetti della norma, come previsto dalla legge.

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Attualità

Tiggiano festeggia i cento anni di Tetti

Maria Concetta Negro ha spento con la propria famiglia le sue prime cento candeline

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Cifra tonda per  Maria Concetta Negro.

Nata il 26 febbraio 1925, a Tiggiano, Tetti ha spento con la propria famiglia le sue prime cento candeline.

Per l’occasione la visita del sindaco di Tiggiano, Giacomo Cazzato.

In occasione del suo speciale compleanno, il racconto della vita della centenaria attraverso le parole del nipote Mario Negro, che pone l’accento sulle difficili vicende che hanno caratterizzato la vita della donna, vissuta nel periodo della Seconda Guerra Mondiale.

LA VITA DI TETTI

Tetti Negro, oggi 100 anni

Immersa nella preghiera. Un rosario stretto tra le mani. Diffidente, sospettosa. La sua vita è segnata da una vicenda straziante che sconvolse la sua famiglia.

Appena diciottenne, nell’estate del ’43, in pieno conflitto mondiale, fu colta per diversi giorni da una febbre acuta che dovette curarsi con delle iniezioni.

Una di queste punture non venne eseguita correttamente tanto da procurarle un ascesso al gluteo e forti dolori all’anca. Non riusciva più a camminare e reggersi in piedi.

Le terapie dell’epoca seguite in casa non destarono miglioramenti. Si decise allora di ricoverarla all’ospedale di Gallipoli dove stette qualche giorno e, malgrado due interventi di incisione chirurgica alla cute, non volse ad un risanamento.

È proprio in quel periodo di degenza che a molti pazienti di quel nosocomio fu imposto un ordine di sfollamento teso a scongiurare severe perdite umane da eventuali bombardamenti della città, com’erano avvenuti in altre località salentine ritenute potenzialmente strategiche dalle forze militari in campo.

Quei degenti dovevano essere trasferiti altrove e, al padre di Tetti, Biagio, fu proposto di spostare la propria figliola a Napoli oppure a Porto Potenza Picena, sedi più idonee alla piena guarigione di quell’infermità e più sicure dall’avanzare delle truppe alleate ormai sbarcate in Sicilia.

Biagio escluse la città partenopea e diede il consenso ad accompagnare Tetti nelle Marche. Così, dopo i preparativi ed un interminabile viaggio in treno, i due giunsero nella nuova struttura sul litorale adriatico.

Consegnarono i documenti in accettazione ed attesero nell’atrio finché un’infermiera si prese cura di Tetti assegnandole un letto d’un grande stanzone gremito di malati.

Il babbo stette alcune ore al suo fianco e, quando la vide ben accudita, la salutò con un abbraccio, esortandola a scrivere una lettera appena sarebbe stata dimessa, in modo da poterla raggiungere in tempo e riaccompagnarla nel viaggio di ritorno.

Tetti cominciò a conoscere altri malati, tra cui molti militari provenienti d’ogni parte, insieme a volontari, suore e personale sanitario.

Ricevette le cure necessarie alla sua malattia e volgeva via via verso la guarigione.

Dopo qualche settimana, desiderava darne notizia ai familiari; si procurò una penna ed un foglietto intenta a scrivere di sé.

Presto, però, apprese che ciò che stava per fare sarebbe stato vano: quella lettera non poteva essere spedita in seguito ai devastanti eventi bellici che continuavano a minacciare l’intero Paese.

La posta e altri servizi pubblici erano stati bloccati.

Trascorsero così altri giorni di attesa, poi mesi e mesi sempre più difficili che non permisero comunicazioni.

La fine dell’alleanza dell’Italia con la Germania nazista dall’armistizio dell’8 settembre aveva scatenato molta confusione e ulteriori stragi, bombardamenti e rappresaglie.

Quel territorio era ancora controllato dai tedeschi. Eseguivano frequenti ispezioni all’interno dell’ospedale nella ricerca di ebrei, partigiani e disertori.

Tetti, ormai del tutto ristabilita al pieno delle sue forze, continuava a soggiornare nel nosocomio non avendo altra dimora che potesse ospitarla.

Le avevano riservato un posticino in un attiguo capannone da cui, nel vivo delle belligeranze, poteva uscire qualche minuto al mattino per le vie del centro; assistette così al cannoneggiamento da parte dei tedeschi che, in ritirata verso la linea gotica, danneggiarono la torre e la piazza del paese.

Era giugno del ’44 e, pur volendo tornare a casa nel Salento, Tetti non poteva avventurarsi ad affrontare un viaggio pieno di insidie: vi erano tratti ferroviari interrotti e l’accesso ai treni era stato limitato e militarizzato.

A Tiggiano il papà Biagio si recava ogni giorno alla posta sperando di ricevere notizie di sua figlia.

Giungeva a testa bassa sotto la coppola. Posava lentamente la bicicletta davanti all’uscio dell’ufficio, sempre allo stesso punto, in un rituale che auspicava fiducia e speranza.

Entrando, salutava fugacemente i presenti; l’impiegato era pronto a ripetergli: “Non c’è niente”.

Ogni mattina restituiva a casa una nuova delusione che, tuttavia, non faceva vacillare la ferma convinzione che una lettera sarebbe presto arrivata.

Mamma Peppi si dilaniava dal dolore mentre, in costante inquietudine, si occupava della crescita di altri sei figli.

Era passato più di un anno che di Tetti non si sapeva alcunché.

Il papà voleva tornare a tutti i costi in quell’ospedale per verificare la situazione della figlia. In questo incognito viaggio fu vivamente sconsigliato. Lasciare il Salento sarebbe stato rischioso.

Oltreché all’assenza di treni disponibili, il suo nome avrebbe destato sospetto nel fermento generale degli schieramenti per aver gestito un ufficio di collocamento del regime e, qualora fermato ai controlli, poteva essere interrogato con inimmaginabili sorti.

A Porto Potenza Picena erano in molti a conoscere Tetti: la ragazza salentina che non riusciva a tornare nella sua terra.

La sua permanenza in paese era diventata estenuante e rientrava nei tanti ineluttabili drammi della guerra.

Un mattino, in astanteria, le si avvicinò un ufficiale delle truppe alleate che aveva partecipato alla liberazione dall’occupazione nazi-fascista della città.

Era un sottotenente polacco che girava con una Jeep Willys e, udito il racconto della sua vicenda, le propose un salvacondotto o di salire su d’un convoglio che s’apprestava a dirigersi a Brindisi.

Tetti non accettò, confidando: “Verrà mio padre a prendermi”.

Giorni dopo, altri pugliesi la invitarono ad unirsi in un incerto viaggio di ritorno verso casa. La risposta di Tetti era sempre la stessa, preferiva starsene lì, circospetta, pronta a nascondersi ed a ripararsi durante gli attacchi ed i rastrellamenti, certa che, un giorno, suo padre l’avrebbe raggiunta.

Al mattino saliva al quinto piano dell’edificio. Il mare che osservava dalle grandi finestre le echeggiava i felici momenti trascorsi insieme ai suoi familiari a raccogliere cicorie selvatiche, mirti e critimi sulla scogliera di Torre Nasparo.

Intanto, mamma Peppi a Tiggiano continuava a tormentarsi dai tristi pensieri.

L’ansia di saper qualcosa le procurava tanta trepidazione e, inopinatamente, nel sogno di una notte, le apparve sant’Ippazio che le diede un messaggio premonitore: “Non affliggerti. Tua figlia sta bene! Presto riceverai sue notizie.”

Era già la primavera del ’45.

Gli eventi storici spingevano verso la fine delle ostilità e, con l’aiuto di una suora, Tetti riuscì ad affrancare e spedire una cartolina per la sua famiglia, con la quale comunicava di star bene e di essere pronta ad aspettare il papà alla stazione ferroviaria di Potenza Picena-Montelupone.

Un paio di settimane e la missiva giunse alla posta di Tiggiano.

Quel mattino il papà Biagio, sorpreso d’immensa gioia, ritirò il messaggio e lo portò immediatamente a casa.

Mamma Peppi intravide il marito radioso che sventolava il cartoncino. Colse la notizia come un miracolo, suscitandole enorme meraviglia.

S’inginocchiò per qualche istante, poi, come per adempiere fedelmente ad un indubbio riconoscimento, si diede una ravvivata ai capelli, li strinse al fermaglio sulla nuca, sistemò la lunga gonna nera (cd. vistiano), ritoccò leggermente la spilla della Vergine fissata sul corpetto di lino (cd. sciuppareddhu) ed uscì di casa; iniziò a trascinarsi in ginocchio fino a giungere in chiesa e ringraziare il santo patrono.

La strada era battuta di pietrisco (cd. fricciu) che dopo pochi metri sfilacciò la sua veste e le sbucciò le ginocchia fino a farle sanguinare. Lei, come presa d’estasi, non avvertì alcun dolore e non se ne curò; continuava imperterrita il suo cammino penitenziale recitando lodi di gloria per tutto il percorso.

Il suo passaggio lasciava la gente sgomenta anche se, in paese, non erano insolite simili vedute di devoti; in molti assistevano a tali rituali con sentimenti di incoraggiamento e partecipazione.

I preparativi di Biagio per affrontare il lungo viaggio erano pronti. Nei sacchetti a tracolla (cd. pasazze) aveva sistemato un pezzo di pane, del formaggio e della frutta.

Attese il rientro della moglie, poi si diresse alla stazione. Salì sul primo treno per Lecce.

Il viaggio proseguì su d’un treno merci che giunto a Bari restò fermo l’intera giornata. La città era avvolta da una fitta nube nera. Nel porto c’era stata un’immensa esplosione (cfr. nave Henderson) che aveva provocato centinaia di morti e feriti.

Poi, a notte fonda, si diede il via alla ripartenza del treno e Biagio poté proseguire il suo viaggio sino a raggiungere Potenza Picena al mattino.

Quel giorno di aprile del ’45 il sole splendeva alto nel cielo. Tetti sedeva sulla panchina della stazione. Il papà la notò già dal finestrino e, appena sceso dal vagone, corse velocemente a riabbracciarla. Entrambi furono invasi da enorme commozione.

Biagio si guardò intorno, poi sedette anch’egli. Vide la figlia un po’ cresciutella. Dialogarono intensamente, ancor più guardandosi negli occhi senza proferir parole.

Tetti lo accompagnò alla fontana per dissetarsi e rinfrescarsi dal lungo viaggio compiuto. Era finito un incubo. Si poteva finalmente rientrare a casa. C’era un treno dopo qualche ora.

Tetti volle quindi salutare gli amici dell’ospedale unitamente al babbo; così fece con suor Antonia, suor Francesca e don Simone e tanti altri con cui spesso s’intratteneva, si confidava e si aiutava a vicenda.

S’abbracciarono con reciproca gioia per la terribile guerra ormai terminata e la fine di quel distacco dai propri cari che Tetti dovette affrontare per quasi due anni.

Tetti tornò a Tiggiano.

Il suo babbo le era stato accanto per tutto il viaggio. Arrivarono a casa. Ci fu una grande festa in famiglia.

Da quel giorno non si discostò più dalla madre finché Peppi non morì nell’84.

Non si unì con nessun uomo, nonostante avesse maturato un aspetto disinvolto da quell’esperienza vissuta e non le mancassero proposte di matrimonio alle quali, delle volte, rispondeva di non essere pronta, ma in cuor suo, seriamente, non le piacque alcun corteggiatore.

Restò nubile, sempre accanto ai genitori, legata a quella presenza fisica da cui dovette starne lontana per il lungo periodo della sua disavventura e per cui desiderava non separarsene più.

A Tiggiano non conoscevano la sua vicenda.

Quel periodo di assenza dal paese lasciava presumere che fosse stata ai lavori stagionali al magazzino del tabacco o nelle campagne brindisine o tarantine.

A lei, invece, piaceva raccontarsi per ricordare personaggi, luoghi, date storiche e misfatti della guerra.

Pensava fosse noto a tutti quanto accaduto, cercava dialoghi, conferme.

Alcuni l’ascoltavano un po’ increduli, qui non vi era traccia di quei lontani eventi e cominciarono a dubitare alle sue parole.

Altri non esitarono a farla passare per matta per cui non poteva che rattristarsene e chiudersi in casa.

A volte insisteva a narrare quanto aveva conosciuto della guerra ed a spiegare certi fatti a chi li ignorava.

Tranne casi sporadici non c’era alcun interlocutore. La gente trascurava quei discorsi e si mostrava insensibile a mantenere vivi quei ricordi.

La memoria di Tetti era destinata a perdersi.

E, man mano, si rese conto che quelle cose non interessavano a nessuno, non restava che meditarne con sé stessa, senza esternare il suo pensiero né toccare simili argomenti davanti agli altri.

Molti anni dopo, ormai ultrasessantenne, espresse il desiderio di tornare a Porto Potenza Picena per rivedere quei luoghi in cui aveva vissuto, immaginandoli cambiati in qualche aspetto, ma nella sua mente i ricordi del mare, della stazione e dell’ospedale erano nitidamente localizzati e custoditi in un angolo remoto dei suoi pensieri.

Non voleva tornarci da sola e, tantomeno, vi era qualcuno disposto ad accompagnarla per esaudire questa sua volontà.

Dopo la morte dei genitori continuò a vivere da sola per lunghi anni. Il pomeriggio faceva veloci passeggiate per incontrare fratelli, sorelle e nipoti.

Aveva 75 anni quando cadde vicino casa fratturandosi il femore e dopo un periodo di degenza in ospedale si ricoverò in una casa di riposo a Montesardo.

A 92 anni si fratturò l’altro femore che la obbligò dapprima su una carrozzina e poi quasi costantemente a letto.

È sempre lieta di parlare con chi va a visitarla. Pronta a ricordare tutto, chiede assiduamente come stanno parenti e conoscenti senza tralasciarne alcuno.

Piena di gioia di vivere, dice spesso: “Non voglio morire adesso!”.

Il suo esile corpo conserva un sano equilibrio interiore e, nel suo nascondimento, ha bisogno ancora di pregare su questa terra.

Quell’esperienza vissuta le ha definito la fragilità umana e come essa esprime le sue contraddizioni.

Quante anime nutre ancora quel rosario!”.

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Attualità

Cittadella della Giustizia a Lecce: «Risposta ministro evasiva”

Nordio risponde all’interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle. Leonardo Donno e Iunio Valerio Romano: «Pare avere scaricato ogni responsabilità, in ordine al cambio di rotta, sui rappresentanti degli uffici giudiziari e del foro locali, ovvero proprio su coloro che hanno richiesto un polo logistico unitario e funzionale»

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Cittadella della Giustizia a Lecce, è arrivata la risposta del ministro Carlo Nordio all’interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, presentata dopo la diffusione delle notizie in merito agli stanziamenti finanziari e in ordine alla reale volontà di portare a compimento un serio e definitivo progetto strutturale, piuttosto che limitarsi a tamponare le urgenze, legate ad una situazione logistica precaria e poco dignitosa, attraverso meri interventi di manutenzione, peraltro obbligati dalle più elementari esigenze di messa in sicurezza.

Leonardo Donno, primo firmatario dell’interrogazione parlamentare al ministro Nordio sulla Cittadella della Giustizia a Lecce

La risposta di Nordio, evidentemente, non ha soddisfatto i pentastellati salentini che per bocca di Leonardo Donno, deputato e primo firmatario dell’interrogazione, e Iunio Valerio Romano, già senatore, rispettivamente Coordinatori M5S per la Puglia e per la Provincia di Lecce, l’hanno definita «evasiva e priva di valore».

«Non solo dal Ministro non sono state fornite risposte sulla destinazione delle risorse finanziarie, che sembrerebbero dirottate in massima parte sul Distretto di Corte d’Appello di Bari», si legge in una loro nota, «in merito alla volontà di dare vita alla Cittadella della giustizia su terreni confiscati alla criminalità alle porte del capoluogo salentino, Nordio pare avere scaricato ogni responsabilità, in ordine al cambio di rotta, sui rappresentanti degli uffici giudiziari e del foro locali, ovvero proprio su coloro che hanno richiesto un polo logistico unitario e funzionale».

Oltre il danno, dunque, la beffa: «Resta da capire come si può pensare di rispondere alle esigenze di ammodernamento ed efficientamento dell’edilizia giudiziaria mantenendo di fatto lo status quo, con stanziamenti finanziari irrisori e non meglio precisati progetti alternativi adeguati all’obiettivo di dare alla città di Lecce, sede di Distretto di Corte d’Appello, un polo giudiziario unitario, moderno e rispondente alle esigenze degli operatori di giustizia e dell’utenza».

LA RISPOSTA DEL MINISTRO CARLO NORDIO ALL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DEI 5 STELLE

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